Libretto Bosco del Pettirosso


Libretto Bosco del Pettirosso

GUIDA AL "BOSCO DEL PETTIROSSO"

Presentazione

 

IL PROGETTO

l. Il giardino: il paesaggio e i biotopi

2. Il percorso e le modalità di visita

3. I biotopi e le osservazioni didattiche

 

3.1. La siepe

a - Le siepi della pianura veneta

b - Le componenti floristiche e faunistiche della siepe spontanea

c - Le siepi del ’’PETTIROSSO’’

d - Attività didattica: realizzare e conservare un biotopo di siepe

 

3.2. Lo stagno

a - La palude dolce di pianura

b - Piante e animali delle acque stagnanti

c - Lo stagno del ’’PETTIROSSO’’

d - Attività didattica: realizzare e   conservare un biotopo di stagno

 

3.3. Il bosco

a - I boschi della pianura

b - Flora e fauna del querceto padano

c - Il microbosco del ‘’PETTIROSSO’’

d - Il bosco come attività didattica

 

3.4. Il prato

a - I prati della pianura

b - Piante e animali del prato

c - Il prato del "PETTIROSSO"

d - Attività didattica: realizzare e conservare un biotopo di prato

 

3.5. L'orto aromatico e l'aiuola vivaio

3.6. La macchia termofila

3.7. La legnaia e la buca del compostaggio

4. Gli animali del giardino

5. Il catalogo delle specie vegetali erbacee, arbustive ed arboree presenti nel giardino

Glossario

Bibliografia

Presentazione

 

 

PRESENTAZIONE

 

Il bosco didattico rappresenta una componente qualificante dell'articolato progetto relativo al “BOSCO DEL PETTIROSSO”.  Esso consente, infatti, una trasposizione in ambiente, di strutture e strumenti volti all'apprendimento delle scienze naturali e dell'ecologia. Le strutture sono in questo caso rappresentate da semplici "frammenti d'ambiente" opportunamente realizzati allo scopo di offrire alle scolaresche, un contatto diretto con alcuni biotopi tipici della realtà agro-forestale padana.

L'area disponibile ha imposto una ricostruzione ambientale veneta: quest'ultima deve, comunque, la propria efficacia didattica proprio ai caratteri di organizzazione degli spazi, tali da evitare dispersioni e da evidenziare con notevole efficacia l'armonia estetica ed ecologica dovuta all'accostamento dei diversi biotopi.

La “passeggiata nel bosco” consentirà, così, di osservare e di conoscere un piccolo universo vivente composto soprattutto da organismi vegetali ma anche dal complemento spontaneo di piccola fauna tipica.

Efficace potrà, inoltre, rivelarsi la fruizione didattica dei biotopi del bosco, in quanto la stessa visita potrà essere un’esperienza di osservazioni particolari che si potranno effettuare durante l’escursione.

Giova ricordare, infine, che il bosco stesso, in quanto tale, presenta anche una valenza propriamente estetica. La sua strutturazione paesaggistica, i diversi elementi d'insieme che caratterizzano l'arredo e le specie floristiche autoctone impiegate per la sua realizzazione costituiscono, infatti, un diretto suggerimento per quanti siano mossi da interessi e sensibilità naturalistica ed intendano realizzare un giardino in armonia con il paesaggio e con l'ambiente padano-veneto.

 

1. Il bosco: il paesaggio e i biotopi

 

L'area su cui sorge il Bosco del Pettirosso ha una superficie di mq. 15.725 circa (di cui circa 1205 occupati dall’ingresso e l’area destinata a prato, 4200 zona ad uso intensivo, 5120 zona ad uso estensivo, 5200 zona protetta) e profilo rettangolare, con i lati che misurano rispettivamente m. 30 e m. 70. La stessa appare orientata in senso est-ovest, con una casetta prefabbricata collocata nella zona a nord.

All’entrata si presenta un piccolo piazzale dal quale ci si può inoltrare, a mezzo di un percorso ghiaioso, nella flora e fauna del bosco che movendosi sinuosamente all’interno, si sposta da nord a sud, da sud a ovest, da ovest a nord e da nord-ovest di nuovo al piazzale d’ingresso.

Il bosco sorge in una zona bonificata che in precedenza era occupata da una cava di argilla. Il terreno è di origine alluvionale, caratteristico della zona padana. Esso è delimitato da un fossato e il territorio circostante è soggetto ad attività agricole con coltivazioni di mais, soia, erba medica e prati stabili. La superficie scoperta è stata utilizzata a fini di arredo didattico; questa stessa, peraltro, ospita un giardino e un’area adibita al compostaggio.

La sistemazione ha previsto l’introduzione di elementi floristici tipicamente ornamentali e di gran parte degli elementi arborei.

Il paesaggio del Bosco didattico, realizzato sulla base di uno specifico progetto, è stato ottenuto mediante la rimozione di numerose piante esistenti e con la messa a dimora di nuovi elementi floristici e di particolari strutture. Dal punto di osservazione corrispondente all'inizio del percorso, esso si presenta caratterizzato da elementi diversi di spazio, di prospettiva e di massa vegetale. Si può, infatti, notare la radura erbosa, aldilà di questa si estende un’area a bosco a libera evoluzione. Seguendo il sentiero verso sud e poi verso ovest, ci si addentra nel bosco e proseguendo all’interno verso nord si costeggia una delle tre zone umide e il bosco ripariale. Successivamente, passando su di un ponticello che attraversa il fossato, di collegamento delle altre due zone umide verso ovest, si costeggia l’area a bosco planiziale lasciata a libera evoluzione. Verso nord è situata l’area di sosta attrezzata e una motta al di sopra della quale è presente un’altana panoramica dalla quale è possibile osservare gran parte del bosco con la sua fauna.

L'organizzazione paesaggistica, dunque, è stata progettata con il concetto ispiratore di presentare all’interno dell’area tre zone: una ad uso intensivo, una ad uso estensivo e una protetta. Gli elementi del bosco appaiono, pertanto, disposti in sequenza ideale; questa stessa, tuttavia, è tale da determinare la sostanziale continuità del motivo coreografico complessivo.

La valenza didattica particolare del bosco è, comunque, espressa proprio dai singoli elementi strutturali del suo raccolto paesaggio; essi sono costituiti da "biotopi agro-forestali" ricostruiti negli spazi disponibili ed offerti all'attenzione del visitatore.

Si tratta precisamente della macchia termofila, della siepe - alberata spontanea, dello stagno, del bosco di pianura, del prato falciabile e dell'orto aromatico.

A questi si accostano, quindi, elementi diversi ed eterogenei collocati entro spazi marginali, quali una siepe ornamentale stratificata, un angolo di arbusteto prealpino, una siepe ornamentale monospecifica, una piccola aiuola vivaio perpiante forestali autoctone, la legnaia e la buca di compostaggio per i residui vegetali.

La visita all'area verde attrezzata, strutturata per finalità didattiche ma, in quanto giardino, dotata di valenze ornamentali, avviene servendosi del sentiero opportunamente realizzato.

I biotopi componenti il complesso verde didattico - ornamentale sono tutti segnalati da opportune didascalie lignee e così pure le specie arboree, arbustive e le principali specie erbacee presenti nel giardino. Per ciascuna di esse, oltre al nome in italiano, è stata indicata la denominazione scientifica della specie ed il biotopo o i biotopi padani elettivi.

 

2. Il percorso e le modalità di visita

 

Al giardino didattico si accede dall'ingresso del Bosco del Pettirosso: la visita didattica parte dall’area di accoglienza dalla quale si diparte il sentiero, che è fiancheggiato sul lato est dal fossato e sul lato ovest dal bosco a libera evoluzione. Percorsi un centinaio di metri si è all'ingresso del bosco.

Il visitatore dovrà, quindi, seguire il sentiero che si sviluppa attraverso bosco dell'area a verde, consentendo di osservare i diversi tipi di biotopo da cui l'insieme è composto. Le soste di osservazione particolare e prolungata sono consentite dalla presenza di piazzole disposte in corrispondenza degli elementi paesaggistici e floristici più significativi.

Il senso del percorso è orario (seguire la segnaletica) e, nell'ordine, il visitatore potrà osservare:

 

La macchia tennofila(disposta ai lati dell'accesso del giardino)

Lo stagno e la siepe igrofila (disposti sul lato ovest)

Il bosco planiziale (collocato sul lato sud)

La siepe-alberata mista (disposta sul lato est)

La voliera dei rapaci feriti (collocata nell'angolo nord-est)

L'aiuola-vivaio (a fianco della voliera)

L'orto aromatico (presso il lato sud dell'edificio)

Il prato (che si estende all'interno dell'anello formato dal vialetto).

 

Il maggior pregio estetico viene offerto dalla fase stagionale tardo primaverile del giardino e si accompagna, ovviamente, al maggiore interesse didattico.

Non mancano, tuttavia, spunti di particolare interesse anche nelle altre stagioni corrispondenti alla durata dell'intero anno scolastico. Vanno tra l'altro segnalate le fruttificazioni della tarda estate e dell'autunno, i mutamenti cromatici relativi a quest'ultima stagione, l'architettura di alberi ed arbusti e i fenomeni relativi alla quiescenza durante l'inverno.

Nel corso della visita viene richiesta l'osservazione di precise norme di rispetto volte a garantire la conservazione del giardino e la tranquillità dei suoi ospiti animali.

 

Le scolaresche e tutti i visitatori dovranno, pertanto:

 

-  Non abbandonare il vialetto lastricato

-  Non raccogliere piante o parti di esse

- Non raccogliere esemplari appartenenti alla piccola fauna

-  Non gettare al suolo carte o altri rifiuti

-  Evitare schiamazzi inutili

-  Segnalare al responsabile qualsiasi anomalia o danno riscontrato nel corso della visita o incidentalmente provocato.

 

Terminata la visita all'area arredata si raggiunge nuovamente il lato d'ingresso, potendo osservare negli esigui spazi circostanti altri aspetti qualificanti dell'insieme centro - giardino.

Questi ultimi, in particolare, sono rappresentati da:

Arbusteto collinare (presso l'angolo nord-ovest)

Siepe ornamentale stratificata (disposta lungo il lato nord)

Buca di compostaggio e legnaia (presso il lato est dell'edificio).

 

3. Il biotopi e le osservazioni didattiche

 

3.1 La siepe

 

a.   Le siepi della pianura veneta

L'industrializzazione agricola e la trasformazione di molti territori agrari in aree urbane, hanno determinato negli ultimi decenni, soprattutto nella campagna di bassa pianura, la graduale scomparsa del complesso patrimonio floristico ed ecologico rappresentato dalle siepi agrarie.

Barriere vegetali, arbustive ed arboree che si sviluppano spontanee ai margini dei boschi o lungo i corsi d'acqua, a delimitare in modo naturale i confini di un certo ambiente, le siepi, fin dall'antichità, sono state adottate dall'uomo a difesa e delimitazione del proprio spazio vitale.

Nel tempo assunsero forme e composizioni diverse in relazione alle specifiche funzioni ad esse attribuite: ornamentali, difensive, ma soprattutto di supporto all'economia agraria.

Collocate in prossimità della casa rurale o a confine di particolari spazi ad essa adiacenti quali l'orto, il cortile, il vialetto d'accesso, le siepi ornamentali erano composte da arbusti appartenenti a specie sia autoctone che esotiche a larga diffusione come il ligustro, l'ibisco siriaco, il bosso (ereditato dai giardini delle ville nobiliari) e l'acero campestre, specie arbustiva arborea autoctona di particolare rusticità.

Strutture vegetali di specifica utilità erano le siepi agrarie, differenziate per composizione botanica (mista o monospecifica) e per origine (spontanea o artificiale).

La siepe-alberata spontanea rappresentava il modello più diffuso di siepe produttiva. Composta da specie arbustive ed arboree proprie del bosco autoctono di pianura, cresceva al margine dei campi o lungo i fossati. Essa assicurava la raccolta autunnale della legna da ardere o del legname indispensabile per la costruzione di attrezzi e strumenti agricoli. Accanto agli arbusti di acero campestre, di pruno spinoso, di viburno e sanguinella, crescevano dunque anche alberi propriamente agrari quali la robinia, il gelso, l'olmo e il salice, il noce, il frassino e la farnia.

Sulle sponde dei fossi o lungo gli stradoni interpoderali, barriere monospecifiche formate da densi filari di alberi da frutta o da grandi arbusti di gelso rispondevano ad altre esigenze produttive. In prossimità delle abitazioni rurali della media e alta pianura, venivano messi a dimora noccioli a portamento libero o barriere fruttifere - ornamentali realizzate con peri o meli "educati" a spalliera. Le piante di gelso venivano accostate in sequenza e quindi capitozzate regolarmente per la raccolta di fronde da utilizzare per l'allevamento dei bachi da seta.

Siepi difensive composte da specie vegetali dotate di robuste spine tali da creare barriere impenetrabili, venivano collocate lungo i confini del podere

per impedire l'accesso alle colture da parte di uomini e animali. 

Venivano impiegati perla più arbusti esotici di origine nordamericana quali la maclura e la gleditztia, meglio conosciuta col nome di “spin croser” o l’arancio cinese di origine mediorientali. Nelle campagne della pianura

veneta non mancavano però siepi difensive composte da arcusti appartenenti a specie autoctone: il biancospino, regolarmente potato e cresciuto a siepe bassa, o il prugnolo ed il rovo, impiegati a portamento libero, che venivano utilizzati per delimitare le valli da pesca lagunare.

Un particolare tipo di siepe artificiale monospecifica era rappresentato infine dalle barriere frangivento realizzate con di tamerice e in qualche caso di cipresso, che in ambiente litoranea o nelle campagne della bassa pianura bonificata, difendevano colture e allevamenti ittici da venti freddi di bora e tramontano provenienti da nord est.

 

b.   Componenti floristiche e faunistiche della siepe spontanea

 

Le siepi spontanee, barriere sequenziali composte di erbe, cespugli, arbusti ed alberi, cresciute senza il diretto intervento dell'uomo, sono attualmente poco frequenti nella bassa pianura veneta. Lo sfruttamento agrario intensivo ha lasciato ben poco spazio destinato alla flora selvatica in modo tale che essa si riproducesse secondo le naturali dinamiche di rimboschimento.

Ritroviamo le siepi lungo le scarpate ferroviarie, lungo le autostrade, sui vecchi argini di bonifica, nelle golene fluviali: a volte sono vecchie siepi agrarie realizzate dall'uomo, quindi abbandonate a se stesse e colonizzate da specie floristiche selvatiche; oppure crescono in prossimità di residui ambienti boschivi.

Fattori ambientali specifici determinano il naturale processo di formazione delle siepi spontanee e di conseguenza la comparsa e la crescita di associazioni arbustive diversificate. Il tipo di suolo, il contenuto idrico, le varie forme didegrado pedologico e floristico determinate dalla presenza di ambienti agrari a monocoltura o di discariche di rifiuti vegetali, la vicinanza di particolari biotopi boschivi, sono elementi che risultano determinanti nel definire la fisionomia e la composizione di una siepe spontanea.

Specie nitroflle quali il rovo (Rubus fruticosus) e il sambuco (Sambucus nigra) caratterizzano, ad esempio, le siepi che si sviluppano ai margini di ambienti agrari impoveriti floristicamente; mentre specie igrofile come la sanguinella (Comus sanguinea), il salice cinereo (Salix cinerea), l'ontano (Alnus glutinosa), la Frangola (Frangula alnus), il salice bianco (Salix alba) prediligono ambienti ricchi d'acqua quali le scoline o le sponde dei fossi.

Sui suoli sabbiosi ed asciutti delle aree litoranee si affiancano specie autoctone ed esotiche, il pioppo bianco (Populus alba) e l'amorfa (Amorphafruticosa), l'olivo di Boemia (Eleagnus angustifolia), il tamerice (Tamarix gallica), il biancospino (Crataegus oxyachantha) e la robinia (Robinia pseudacacia).

Le siepi di maggior interesse sono quelle rappresentate da strutture eterogenee di arbusti liberamente cresciuti su argini e sponde dei fossi in ambiente agrario tradizionale o in prossimità dei boschi di pianura. Sono considerate le più complesse dal punto di vista biologico in quanto non sono caratterizzate da una specie floristica dominante.

Alle piante pioniere di acero campestre (Acer campestris). di rosa selvatica (Rosa canina) e di prugnolo (Prunus spinosa) si affiancano presto altre specie tipiche del bosco planiziale: ligustro (Ligustrum vulgare), nocciolo (Corylus avellana), omiello (Fraxinus omus), sambuco (Sambucus nigra), biancospino (Crataegus monogyna), spin cervino (Rhamnus cathartica) e vibumo (Vibumum opulus) che gradualmente evolvono nella tipica alberata spontanea.

Nella lettiera del sottosiepe vegetano numerose specie erbacee selvatiche la cui presenza è determinata dalle condizioni microclimatiche proprie della siepe (temperatura, umidità, insolazione, ventilazione...). Prolungate condizioni d'ombra ed una luminosità non eccessiva favoriscono la presenza di specie tipiche del sottobosco del querceto: sono illamio maculato (Lamium maculatum), l'anemone di bosco (Anemone nemorosa), la primula (Primula acaulis), la pervinca (Vinca minor), le viole (Viola sp.pl.), la salvia gialla (Salvia glutinosa), accompagnate da arbusti rampicanti fra cui primeggia l'edera (Hedera helix), unica specie a foglia persistente, il caprifoglio (Lonicera caprifolium) dalle delicate e profumatissime fioriture serali, il diffusissimo luppolo (Humulus lupulus) i cui germogli, meglio conosciuti con il nome di "bruscandoli" vengono raccolti in primavera a scopo alimentare, le clematidi (Clematis flammula, C. viticella, C. vitalba), dense masse colorate striscianti lungo le sponde dei fossi o abbarbicate sulle chiome degli arbusti.

Specie infestanti antropocore e autoctone tipiche dei bordi soleggiati dei boschi colonizzano invece il versante della siepe esposto al sole.

Oltre alle varie graminacee e alle piantaggini, fioriscono le gialle farferuggini (Tussilago farfara), la licnide (Lychnis officinalis), lo strigolo (Silene vulgaris), la consolida (Symphytum officinalis), l'ortica (Urtica dioica), la bardana (Arctium lappa), gli astri autunnali (Aster amellus), le rampicanti erbacee rappresentate

soprattutto da convolvoli (Convulvulus sepium) dalle bianche corolle campanulate e dalla brionia (Bryonia dioica), che con i suoi tralci si spinge fino alla sommità degli alberi.

La ricca flora selvatica, erbacea, arbustiva ed arborea presente nelle siepi spontanee, offre habitat e risorse alimentari ad un numero considerevole di organismi animali. Consistenza e qualità del popolamento faunistico sono tuttavia direttamente collegate ai fenomeni vegetativi stagionali: germinazione del fogliame, fioritura e fruttificazione.

La stessa struttura vegetale della siepe determina una particolare distribuzione verticale – stratificata della vita animale.

Il sottosuolo ospita numerosi invertebrati quali anellidi, artropodi tra cui insetti, molti dei quali sono ospiti di questo ambiente allo stadio di larve e crisalidi. D'inverno vi trovano rifugio, durante la quiescenza: molluschi, anfibi erettili. Piccoli mammiferi quali topi di campagna, topiragno, donnole vi costruiscono le tane.

Ai piedi degli arbusti, tra le foglie e i rami in decomposizione della lettiera, la vita animale si intensifica; in questo livello che svolge il ruolo di ambiente di collegamento tra lo strato ipogeo e quello delle alte erbe, convivono artropodi, crostacei, anfibi, rettili e mammiferi. Ragni, vermi e piccoli insetti, chiocciole, costituiscono peraltro il cibo per i pettirossi, gli scriccioli, i tordi e i merli.

Il livello erbaceo appartiene agli insetti: cavallette, bombi, cimici, farfalle, sirfidi e mosche vi si rinvengono particolarmente attivi nei mesi primaverili.

Le foglie dell'ortica nutrono i bruchi della Vanessa atalanta e dellalnachis io, alcune tra le farfalle più vistose della campagna.

Cespugli e arbusti ospitano un cospicuo numero di insetti pronubi e succhiatori di nettare, fitofagi e piccoli predatori. Il denso strato arbustivo offre

inoltre rifugio agli uccelli nidificanti: alcuni ospiti stagionali, come il pettirosso e lo scricciolo, altri permanenti come il merlo.

Lo strato arboreo, rappresentato spesso nelle siepi spontanee da vecchi alberi di salice, ospita gran parte delle specie faunistiche fin qui descritte, arricchite da una nuova componente, ovvero dalle specie xilofaghe legate alla decomposizione del legno (come le larve di coleotteri e formiche), nonchè tra i vertebrati da uccelli e mammiferi che si riproducono in cavità. Tra questi ultimi alcuni pipistrelli, la cinciallegra, la passera mattugia e, naturalmente, il picchio rosso maggiore.

 

c.   Le siepi del "Pettirosso"

 

Lo spazio perimetrale del giardino didattico offre la possibilità di osservare differenti modelli di siepe, realizzati con specie tloristiche autoctone ed esotiche.

Ai lati dell'accesso del giardino, la particolare esposizione soleggiata e la presenza di un suolo asciutto e sabbioso, hanno consentito la realizzazione di una macchia termofila (vedi paragrafo successivo).

Lungo la fascia perimetrale esposta a sud-ovest, arbusti autoctoni appartenenti agli ambienti boschivi di pianura e alle campagne, formano la siepe agraria mista, intervallata da una macchia igroflla a ridosso dello stagno.

L'alternanza delle specie conferisce all'insieme della siepe un aspetto disomogeneo e notevole ricchezza biologica. Evonimi, biancospini, aceri, pruni spinosi e cornioli ripropongono con le loro fioriture e fruttificazioni il succedersi delle stagioni.

Sanguinelle, ontani e salici fanno da sipario all'ambiente acquatico dello stagno.

Il lato orientale del giardino si presenta recintato da una siepe-alberata formata da una barriera vegetale monospecifica di ligustro cinese fiancheggiata da macchie di arbusti autoctoni tipici del querceto padano e da esemplari arborei rappresentati da olmi e tigli.

Il sottosiepe, particolarmente interessante nel periodo primaverile, ospita diverse specie erbacee tipiche del sottobosco: primule, viole, polmonarie e pervinche.

Sul lato nord è stata collocata una siepe di tamerice ed eleagno sempreverde che presenta una duplice valenza, essendo nel con tempo sipario visuale ed elemento ornamentale. Quest'ultima, come del resto quella del lato est, è una siepe stratificata con sviluppo complessivo pari ad alcuni metri.

 

d.   Attività didattiche: realizzare e conservare un biotopo di siepe

 

Ragioni ecologiche globali quali il contenimento dell'effetto serra e la regolazione delle precipitazioni, nonchè di interesse produttivo quali l'azione frangivento, il miglioramento del microclima, l'innalzamento della falda freatica, il contributo al contenimento dei parassiti delle colture; ragioni naturalistiche e di ecologia umana relative ad una migliore qualità della vita, suggeriscono oggi la ricomposizione dell'equilibrio ecologico della campagna mediante la ricostruzione delle siepi miste autoctone.

Ciò sta già avvenendo in alcune realtà territoriali di pianura, nella prospettiva di un recupero ambientale legato a strategie alternative, capaci di rendere

il sistema agrario eco-compatibile.

La realizzazione di una siepe "selvatica" nel cortile della scuola, avrà il duplice scopo di offrire un'opportunità per conoscere i valori bio - ecologici di questo biotopo e di concorrere alla sua reintroduzione e conservazione.

Un'indagine conoscitiva sulla composizione e struttura (stratificazione, sequenzialità delle specie) di una siepe spontanea, l'identificazione delle specie floristiche individuate e la loro schedatura bio-ecologica mediante la realizzazione di un erbario, la riproduzione grafica del modello naturale di siepe, costituiranno requisiti indispensabili per progettare e realizzare un biotopo di siepe spontanea.

Lo studio planimetrico dello spazio disponibile, il tipo di esposizione guideranno nella scelta delle specie da mettere a dimora, nonchè sulla relativa collocazione e sequenzialità. Importante sarà anche conoscere il tasso di crescita, la densità delle fronde, il periodo di fioritura e fruttificazione.

La ricerca e la raccolta di giovani arbusti potrà avvenire in ambiente agrario, lungo le sponde di vecchie scoline, ai margini esterni dei boschi presenti nel territorio, o facendo direttamente richiesta all'Azienda Regionale delle Foreste che mette a disposizione i suoi vivai di arbusti padani autoctoni.

Un film plastico stabilizzato contro i raggi ultravioletti, fissato alla base delle piantine ne assicurerà una rapida crescita; la pacciamatura riduce infatti l'evaporazione ed elimina la concorrenza delle erbe infestanti.

Cartellini didascalici montati su asticciole di legno potranno facilitare il riconoscimento degli arbusti e fare della siepe scolastica un prezioso e accessi-

bile biotopo per attività di ricerca didattico-naturalistica.

 

3.2 Lo stagno

 

a.   La palude dolce di pianura

 

Alle spalle delle dune sabbiose che segnavano la linea del litorale veneto, giganteschi bacini palustri ricoprivano antichi fondali lagunari imboniti in epoca storica dall'apporto di sedimento dei grandi fiumi alpini e prealpini.

Collocate al di sotto del livello del mare, queste grandi paludi di acqua dolce venivano alimentate periodicamente dalle esondazioni fluviali o direttamente dalle falde freatiche.

Esse rappresentavano fino al secolo scorso, nel territorio della bassa pianura un ecosistema ricchissimo dal punto di vista biologico per la varietà, l'abbondanza e la diversità delle specie floro-faunistiche presenti.

Le paludi d'acqua dolce sono infatti caratterizzate da una vegetazione igrofila in continua crescita, specializzata e in grado di produrre giornalmente una quantità di sostanza organica pari a cinquanta volte quella prodotta da una prateria o da una foresta montana e da tre a otto volte maggiore di quella relativa ad un terreno coltivato. Il ricco substrato di sostanza organica del fondale consente inoltre, un'altrettanto intensa vita animale.

Ma l'acqua scura immobile e putrescente delle paludi, l'aria malsana, le esalazioni emanate dalla sostanza organica in decomposizione sui fondali stagnanti, hanno costituito per l'uomo, fin dai tempi più remoti, un ambiente ostile e temuto. Ritenuta dapprima responsabile della diffusione di epidemie che si contraevano vivendo in prossimità di zone paludose e acquitrinose, l'aria malsana finì con il determinarne il nome: malaria da "mala aria".

Solo verso la fine del secolo scorso la ricerca scientifica dimostrerà che a provocare la malaria sono dei microorganismi (Protozoi) del genere Plasmodium, trasmessi nel sangue umano attraverso la puntura di varie specie di zanzare, fra cui la zanzara anofele (Anopheles maculipennis).

Furono emanate leggi e stanziati consistenti contributi finanziari che permisero l'istituzione dei "Consorzi di Bonifica collettiva".

Interventi infrastrutturali ridisegnarono il territorio: una fitta rete di canalizzazioni di scolo e di irrigazione, impianti di sollevamento (idrovore), arginature e strade, trasformarono così l'originario paesaggio di palude in vaste aree destinate prima al pascolo, quindi alla coltivazione.

Delle bianche ninfee distese sulle acque scure fra macchie di verde miriofillo, dei folti canneti, mossi ritmicamente dal vento, delle eleganti sagome di aironi che si specchiano nell'acqua a caccia di pesci e rane, non è rimasta traccia se non in ambiti infinitesimali. È scomparsa la gru che fino al 1943 nidificava nelle paludi di Torre di Mosto.

Pochi ambienti di limitata estensione si prestano oggi ad essere colonizzati

da specie vegetali e animali tipiche delle zone umide; sono i fossi di campagna, i greti fluviali, gli stagni e le pozze perifluviali, i rami morti dei fiumi, oppure gli ambienti artificiali come le vecchie cave abbandonate.

Questi biotopi hanno ereditato i caratteri bio-ecologici delle antiche paludi e costituiscono un punto di riferimento importante per il sostentamento e la riproduzione di numerose specie animali legate alla vita acquatica quali: pesci, anfibi, uccelli; inoltre si offrono quali territori di sosta e di alimentazione insostituibile per numerose specie di uccelli migratori.

Oggi che la malaria è stata debellata e non esistono più necessità economiche tali da richiedere ulteriori interventi bonificatori, anche in una dimensione culturale e sociale mutata, ci si propone una nuova gestione delle zone umide. Ad esse sono stati riconosciuti valori naturalistici, ecologici e funzionali che ne suggeriscono una diversa utilizzazione.

A livello internazionale la necessità di conservare e tutelare gli ambienti palustri, si è concretizzata nella Conferenza di Ramsar (Iran 1971), ratificata anche dal Governo Italiano 1977 che in tale occasione definì un elenco di 35 zone da salvaguardare, distribuite in diverse regioni del Paese.

Nel Veneto le zone umide sono sottoposte alla tutela paesaggistico-ambientale per effetto del Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (PTRC), adottato con la deliberazione n. 7090 del 23 dicembre 1986 dalla Giunta Regionale.

 

b.   Piante e animali delle acque stagnanti

 

Espressione di quell'intreccio di acqua e di terra che è la palude, sono le numerose comunità vegetali e animali che la popolano.

Alle paludi appartengono quelle piante che si sono adattate all'ambiente trovando in esso la zona, spesso delimitata dalla profondità dell'acqua, che meglio delle altre risulta adeguata alloro sviluppo.

L'ambiente palustre risulta così arricchito da formazioni vegetali diverse le une dalle altre che spesso si succedono in cerchi concentrici dall'interno della palude verso i suoi bordi.

Alcune piante, come le lenticchie d'acqua, galleggiano, altre vivono sommerse, altre ancora spingono le loro radici nella melma del fondo, ma sviluppano le foglie fino alla superficie perchè possano galleggiare e assicurare il rifornimento di ossigeno alle parti sommerse, come nel caso delle ninfee.

Vaste distese di cannuccia (Phragmites australis) o di tifa (Tipha latifolia) circondano l'ambiente palustre.

La fitta vegetazione dei canneti si sviluppa sul fondo degli stagni; i fusti duri, ma flessibili di canne e tife si elevano fino a due metri sulla superficie dell'acqua poco profonda, mentre le loro radici (rizomi) crescono nel fango dirigendosi verso l'acqua libera e producendo ad intervalli regolari germogli verticali.

Attorno alle zone palustri, oppure là dove l'acqua è più bassa, altre piante dalle forme più svariate emergono dalla superficie acquatica, mentre le loro radici e la base del fusto rimangono quasi sempre sommersi: la mestolaccia (Alisma plantago-aquatica), l'equiseto palustre (Equisetum palustre), il giunco fiorito (Butomus umbellatus), il non-ti-scordar-di-me (Myosotis palustris), il giaggiolo d'acqua (Iris pseudacorus) dalle vistosé infiorescenze gialle, la salcerella (Lythrum salicaria) dai fiori rosso-violacei.

Nell'acqua, completamente sommerse e con le radici infisse nel limo organico che ricopre il fondale, si trovano le piante propriamente acquatiche: il miriofillo (Myriophyllum spicatum) dalle foglie a forma di pettine fittissimo e il ceratofllio (Ceratophyllum demersum) che forma densi banchi sommersi.

Fra le specie più appariscenti, che pur ancorate sul fondo con le radici, hanno foglie che galleggiano in superficie, le ninfee (Nymphaea alba) dai fiori candidi e delicatamente profumati, il nanufaro (Nuphar luteum) pianta simile alle ninfee ma dal fiore più piccolo di colore giallo, il ranuncolo d'acqua (Ranunculus tricophyllum) dai piccoli fiori bianchi, i Potamogeton o lingue d'acqua, che crescono nella palude con diverse specie.

A formare verdi tappeti galleggianti sono infine le numerose specie vegetali che vivono liberamente fluttuanti sulla superficie dell'acqua e da essa assorbono direttamente il nutrimento; fra le più note la lenticchia d'acqua (Lemna minor) caratterizzata da minuscole foglie rotonde munite di radici pendule nell'acqua, associata al morso di rana (Hydrocharis morsus-ranae) presente in banchi galleggianti le cui rosette fogliari appaiono collegate da lunghi germogli stoloniferi che ne favoriscono la diffusione e infine una minuscola felce esotica, l'azolla (Azollafiliculoides) che sul finire dell'estate assume un acceso colore rosso.

In merito alla fauna degli ambienti palustri, essendo le acque dolci, ferme e calde un letterale "ambiente di coltura della vita", la presenza animale vi si riscontra ricchissima di specie e di individui.

Gli invertebrati viventi nella melma del fondale o nelle acque costituiscono il contingente più numeroso, ma anche quello più significativo in termini ecologici poichè componente basilare di tutte le catene e reti alimentari dell'ecosistema di palude. Vermi, anellidi, crostacei, molluschi, insetti e le loro larve vi sono rappresentati da decine e decine di specie.

Alla biomassa degli invertebrati fa riscontro quella dei vertebrati con pesci (carpa, tinca, scardola, persico sole, pescegatto, cobite, gambusia), anfibi (rana verde, tritoni e rospi in primavera) e rettili (tartaruga d'acqua e bisce d'acqua). È tuttavia la presenza degli uccelli che sostano e nidificano a segnare in termini decisivi il panorama faunistico della palude: gallinella d'acqua, germano reale, martin pescatore, cannaiole, tarabusino e aironi rappresentano soltanto alcune delle numerosissime specie che attingono risorse dalla palude nelle quattro stagioni, occupando tutti i biotopi di cui essa si compone.

Conclude la breve citazione relativa ai vertebrati un piccolo mammifero: l'arvicola d'acqua, che si ciba di germogli di piante palustri e acquatiche.

Va tuttavia precisato che le modificazioni dell'ambiente di palude connesse con l'alternanza delle stagioni determina notevoli flussi faunistici.

Per la fauna superiore (uccelli) si registra, in particolare, il fenomeno migratorio, che alternativamente determina il transito e la breve sosta di decine di specie dirette ai luoghi di svernamento o di riproduzione.

 

c.   Lo stagno del "Pettirosso"

 

Due vasche sagomate in vetroresina 4ella capacità di mc. 2,5 ciascuna"e della profondità massima di.50 cm., affiancate (j1a alcune tinozze plasticate, profonde 40 cm., costituiscono i materiali base con i quali è stato riprodotto, nel,giardino, il biotopoacquatico dello stagno. Collocato slillato ovçst del giardino, a ridosso della siepe 19rofila, esso può godere, per buona parte della giornata, della luce solare che favorendo la fotosintesi clorofilliana, garantisce allo stagno varietà e ricchezza di piante e animali.

Un sottile strato di terra e sabbia ricopre il fondo delle grandi vasche e grosse pietre assicurano stabilità alle radici delle piante acquatiche e delle piante

ossigenanti; queste ultime essenziali per la vita dello stagno. Ciuffi di erbacee palustri occupano le piccole tinozze poste ai margini delle vasche. Tife, giunchi, iris d'acqua ...affondano le loro radici in uno strato di terra alto alcuni centimetri, costantemente umido, la cui fertilità viene assicurata da un substrato di foglie morte in fase di decomposizione.

Il terreno circostante lo stagno, mantenuto umido dalla tracimazione delle vasche, consente la presenza di quelle specie erbacee e arbustive legate all'umidità permanente del suolo.

 

d.   Attività didattiche: realizzare e conservare un biotopo di stagno

 

La costruzione di uno stagno nel cortile della scuola potrà costituire un'affascinante avventura per alunni della scuola elementare e della scuola media.

Richiederà innanzitutto uno studio preliminare delle caratteristiche e degli elementi che compongono il biotopo in ambiente naturale.

Dovranno essere osservate alcune regole generali: per la collocazione dello stagno verrà scelta una zona pianeggiante e soleggiata, esposta possibilmente a sud-ovest e lontano da grandi alberi.

Lo scavo avrà una grandezza di circa 5-10 metri quadrati, una profondità massima di 60 cm. che impedirà all'acqua di gelare completamente durante la stagione invernale e un piano inclinato di sponda. Andrà rivestito di materiale plastico impermeabilizzante che si adatterà facilmente alla forma dello stagno e verrà fissato ai bordi con lastre di pietra a superficie ruvida.

Piante acquatiche, palustri e di riva, andranno prelevate possibilmente da un fosso o da un canale assieme ad alcuni secchi d'acqua e fango e sulla base delle osservazioni effettuate in ambiente naturale, troveranno la giusta collocazione nel biotopo ricostruito.

Alcune chiocciole d'acqua, larve d'insetti, ditischi, piccoli crostacei, uova di rana, verranno sicuramente introdotti assieme alle piante e all'acqua prelevate. Verranno invece inseriti di proposito esemplari di pesci quali gambusie e alborelle che nutrendosi di larve di zanzare, ne controlleranno lo sviluppo.

Altri piccoli animali, quali insetti e uccelli, saranno ospiti naturali dello stagno.

Qualche grosso sasso situato in prossimità delle rive consentirà inoltre ad anfibi e rettili di entrare e uscire dall'acqua più facilmente.

Nel corso delle stagioni si renderanno necessari alcuni interventi manutentivi.

Durante il periodo estivo l'aggiunta periodica di acqua servirà a mantenerne costante il livello e ad evitare problemi legati all'eccessiva evaporazione.

D'inverno quando la superficie tenderà a gelare, si avrà cura di bucare il ghiaccio per favorire l'uscita di gas nocivi che si saranno formati soprattutto se sul fondo si sono accumulate foglie ed altri residui organici.

All'inizio della primavera andrà rimossa fra le piante acquatiche e palustri, tutta la vegetazione marcescente al fine di favorire l'emissione dei nuovi germogli.

 

3.3 Il bosco

 

a.   I boschi di pianura

 

Vastissime formazioni forestali ricoprivano, in origine, il bacino planiziale padano-veneto. Dopo il termine dell'ultima glaciazione (circa 12.000 anni a.C.) si verificò infatti che la potente coltre di sedimento con cui i fiumi alpini avevano colmato la depressione padana, venne colonizzata da associazioni vegetali di tipo forestale. Composta dapprima da una rarefatta formazione di pino silvestre (Pinus sy/vestris) e betulla (Betu/a alba) (10.000-8.000 a.C.), la foresta subì una successiva evoluzione in concomitanza con il mutamento delle generali condizioni climatiche. Verso il 6.000 a. C. cominciò la formazione e l'affermazione del querceto, che doveva caratterizzare la fisionomia forestale dell'intera Padania nei millenni successivi.

I primi abitanti stabili della pianura veneta, appendice orientale del bacino padano (Liguri, Euganei), trovarono dunque nella foresta di quercia una fondamentale fonte di risorse (cibo, materiale da costruzione, habitat). Il rapporto con la foresta non si interruppe, peraltro, neppure con l'arrivo dei Veneti (600 a.C. circa), popolo sedentario che colonizzò l'intera regione, dalle Prealpi al mare e proseguì con il successivo instaurarsi del dominio romano, nonostante le profonde trasformazioni ambientali attuate dagli stessi romani anche a danno della foresta stessa. Sotto la spinta crescente dell'antropizzazione il primigenio paesaggio forestale andò dunque mutando e trasformandosi in un paesaggio agro-boschivo su vaste zone della pianura veneta.

Fu comunque dopo il mille, con la ripresa dell'opera di colonizzazione e di dissodamento, che il residuo patrimonio forestale della pianura cominciò il proprio inarrestabile declino, a favore appunto delle colture e dell'insediamento. Oggi, dopo dieci secoli di progressiva erosione, dell'antica foresta di quercia non rimangono che esigue e disperse testimonianze sopravvissute a stento alle incessanti modifiche dei parametri biochimici e fiSici dell'ambiente.

Nella creazione del nuovo panorama boschivo, esiguo, ma diversificato, l'uomo ha avuto un ruolo determinante ed alcune delle tipologie di bosco attuali possono essere considerate assolutamente artificiali, ovvero non espresse naturalmente dall'ambiente.

 

Tali tipologie sono tuttavia cinque e sono rappresentate da:

·         Boschi relitti di quercia

·         Boschi ripari di salice e pioppo

·         Macchie termofile di leccio

·         Pinete litoranee

·         Boschi esotici misti e boschette agrarie di robinia.

Gli ambiti territoriali in cui tali boschi sopravvivono sono rappresentati dall'ambiente agrario per i querceti e i boschi di robinia, dalle golene fluviali per i pioppeti-saliceti e per gli stessi boschi misti di robinia e dalle residue dune litoranee (litorali sabbiosi) per la macchia di leccio e le pinete. La superficie complessiva di tali boschi, nella pianura umanizzata, non supera tuttavia la cinquecentesima parte della superficie originariamente occupata dalla stessa foresta.

 

b. Flora e .fauna del querceto di pianura

 

Tra gli attuali boschi della pianura veneta i più interessanti, sotto il profilo ecologico e naturalistico, sono i frammenti relitti di querceto. Si tratta infatti delle ultime testimonianze relative all'originaria fisionomia forestale, anche se i boschi attuali si presentano spesso profondamente modificati nella struttura floristica e soprattutto ecologica.

La flora tipica dell'associazione forestale del querceto padano (Querceto-carpineto) comprende circa 150 specie erbacee, arbustive ed arboree, con situazioni che superano le 200 entità floristiche (Bosco Olmè di Cessalto). La fisionomia forestale tipica è comunque quella di un bosco misto, con prevalenza di farnia (Quercus robur), olmo (Ulmus minor), acero campestre (Acer campestris), frassino ossifillo (Fraxinus oxycarpa), cui si associano in misura minore il carpino (Carpinus betulus), l'orniello (Fraxinus omus) e il frassino maggiore (Fraxinus excelsior). Tra gli arbusti, che formano il livello intermedio della vegetazione, figurano oltre trenta specie,1ra cui spiccano il corniolo (Comus mas), i viburni (Vibumum opulus; v: lontana), il cappel del prete (Euonymus europaeus), i biancospini (Crataegus oxyacantha; C. monogyna) e l'edera (Hedera helix).

Particolarmente composlta la componenteerbacea, che forma lo strato più basso e che appare caratterizzato da entità mesofile tipiche, ma anche da specie relitte di tipo microtermico e termofilo, la cui presenza nella pianura è dovuta agli sconvolgimenti floristiciindotti dai mutamenti climatici successivi alla glaciazione.

Tra le numerosissime specie erbacee si ricordano la pervinca (Vinca minor), l'asaro (Asarum europaeum), la polmonaria (Polmonaria officinalis), la primula (primula acaulis), il cigaro (Arum italicum; A. maculatum) e la salvia gialla (Salvia glutmosa).

Quanto alla fauna, in origine caratterizzata dalla presenza di grandi fitofagi (cervo, capriolo, cinghiale) e di grandi predatori (lupo, lince, volpe, gatto selvatico), e oggi rappresentata da una compagine ancora numerosa di forme minori, tra CUI prevalgono, naturalmente, gli mvertebrah. I veri dominatori del bosco (e di numerosi altri ambienti) sono oggi gli insetti. Insetti xilofagi fitofagi in genere, coprofagi, predatori etc., si spartiscono buona parte delle risorse primarie del bosco, assumendo una importanza ecologica determinante. Altri invertebrati presenti sono tuttavia i ragni, i molluschi, i crostacei terricoli, i vermi e così via.

Tra i vertebrati, relativamente numerosi sono anfibi e rettili con le rane rosse (Rana dalmatina; R. latastei), la raganella (Hyla arborea), il rospo comune (Bufo buio), quindi il ramarro (Lacerta viridis), l'orbettino (Anguisfragilis) e alcuni serpenti (Coronella austriaca; Natrix natrix). Il gruppo sistematico più rappresentato è comunque quello degli uccelli, che con decine di specie (di cu i 40 nidificanti), frequentano il bosco in tutte le stagioni. Tra le più significative si ricordano le cince (Parus major; P.coeruleus), i picchi (Dendrocops ma:ior; Picus viridis), il rigogolo (Oriolus oriolus), la ghiandaia (Garrulus glandarius), lo sparviero (Accipiter nisus) e il gufo comune (Asio otus).

I mammiferi, infine, sono presenti con circa 20 specie di piccole e piccolissime dimensioni, tra cui arvicole, topiragno, pipistrelli e mustelidi, questi ultimi con il ruolo di predatori e superpredatori nell'ecosistema attuale.

 

c.   Il microbosco.

 

Nel giardino del Centro Didattico il bosco è stato localizzato presso l'estremità sud della superficie disponibile. In questo settore, di profilo rettangolare

e di superficie pari a circa 150 mq., si è voluto esemplificare nei limiti del possibile la struttura e la composizione del querceto di pianura. La tipica stratificazione della vegetazione forestale è stata pertanto ottenuta mediante raccostamento e la sovrapposizione di erbe, cespugli, arbusti e alberi, sfruttando le preesistenti piante e integrando in modo adeguato tali esistenze. Si è così ottenuto un quadro floristico sufficientemente rappresentativo, quantunque semplificato e con il limite evidente dei tempi dovuti alla necessaria crescita e maturazione di alcune piante componenti la piccolissima tessera forestale.

Il quadro complessivo, nella propria veste definitiva e matura si prospetterà dunque soltanto tra qualche anno, ma già da ora il microbosco presenta una struttura ed una composizione floristica definite.

Nel sottobosco erbaceo figurano infatti la falsa edera (Glechoma hederacea), la pervinca (Vinca minor), il giaggiolo susinario (Iris graminea),la primula (Prilula acaulis), il veratro (Veratrum album) e la polmonana (Polmonana officinalis) ancora nel sottobosco, ombreggiato dai carpini e caratterizzato da una spessa lettiera dI foglIe m decomposizione, cresce il termofilo pungitopo (Ruscus aculeatus) e la felce maschio (Dryopteris filix-mas). Il livello degli arbusti, periferico rispetto al pIccolo nucleo arboreo, e composto dalla lantana (Viburnum lantana), dal comiolo (Cornus mas), dal biancospino (Crataegus oxyacantha). dal nocciolo (Corylus avellana) e dal grande pruno domestico (Prunus domestica). Gli alberi, infine, necessariamente in numero ridotto, comprendono il carpino (Carpinus betulus) con alcuni grandi esemplari preesistenti, la farnia (Quercus pedunculata) con due giovani esemplari ed alcuni piccoli aceri campestri (Acercampestris). Le due albizzie (Albizziajulibrissin) che si collocano entro l'esiguo perimetro del bosco stesso, in quanto specie estranee alla flora autoctona padana, verranno successivamente rimosse e sostituite da arbusti diversi.

 

d.   Il bosco come attività didattica

 

Il bosco, così come la siepe, che ne è unità strutturale ed ecologica infinitesimale, rappresenta un biotopo di notevole interesse didattico. Le attività che l'indagine sul bosco possono indurre sono numerose e di particolare importanza ai fini dello studio della botanica, della zoologia e delle relazioni ecologiche.

Il riconoscimento delle specie floristiche e dei relativi caratteri fisiologico-strutturali, nonchè delle specifiche esigenze ecologiche costituisce un primo fondamentale aspetto riguardante lo studio del bosco. Analoga ricerca può essere rivolta alla fauna e in tale contesto può essere affrontato l'aspetto delle relazioni semplici (animali-pianta). Il tema più affascinante e difficile è tuttavia quello dell'ecologia del biotopo, ovvero delle relazioni complesse che legano piante ed animali reciprocamente e questi stessi con l'ambiente che li ospita, ambiente alla cui caratterizzazione (luminosità, umidità, fertilità, temperatura, etc.) le stesse piante ed in misura minore gli animali, concorrono in modo determinante.

Di particolare interesse didattico sono inoltre gli aspetti relativi alla naturale formazione del bosco e questo può incoraggiare esperienze di studio volte alla realizzazione di piccolissime unità boschive nel giardino scolastico o nel territorio. Si dovrà infatti conoscere la reciproca disposizione delle specie vegetali,la relativa frequenza e gli accostamenti per giungere ad un progetto che preveda appunto le specie disposte nei tre livelli, la distribuzione delle stesse e la successione di messa a dimora.

Il bosco insomma, rappresenta una palestra didattica ricca di stimoli e di suggerimenti e la visita al Pendolino può certamente costituire un momento di osservazione e di verifica particolarmente proficuo nel contesto dell'esperienza didattica.

IL PRATO

a. I prati della pianura

Opere di bonifica e sistemazione idraulica avviate in epoca rinascimentale  (XV-XVIII sec.) nei territori a nord dell'antica via Annia, favoriranno una notevole intensificazione delle colture ed una diminuzione delle terre a pascolo.

L'accresciuta necessità di bestiame per una più accurata lavorazione dei terreni e per una maggiore produzione di letame troverà così un limite nell'ancora scarsissima diffusione della rotazione agraria ed in particolare nell'assenza di prati artificiali coltivati a foraggio. Il progresso dei dissodamenti e la progressiva diminuzione delle superfici a bosco e a pascolo, nonchè la tenace opposizione dei signori feudali, della chiesa e della Repubblica di Venezia, di ridurre a prato terreni destinati a coltura, sui quali vengono riscossi terraggi ed altre corresponsioni percentuali sul raccolto, inducono la popolazione conta dina a rivendicare la disponibilità di terre comuni (Comunai, Comugne, Pra comun...) nelle quali esercitare il diritto promiscuo di pascolo e raccolta di legname e sterpi.

Benchè fino al XVIII secolo gli usi della popolazione sulle terre comuni costituiscano un elemento integrante dell'economia agricolo-pastorale di ogni azienda contadina, con la decadenza dei grossi proprietari terrieri, la frammentazione dei fondi e l'avvio del sistema mezzadrile, andranno gradualmente affermandosi i pascoli e i prati privati, recintatida siepi, alberi, fossi, ridotti nella loro estensione e permanentemente chiusi. La diffusione, nel frattempo, della piantata padana, strettamente connessa all'evoluzione progressiva dei sistemi agrari (rotazione quadriennale fondata sull'alternanza fra grano e foraggere), porterà alla diffusione del prato artificiale e del prato stabile.

Il campo, chiuso da fossi, scolatoi, cappezzagne, normalmente di forma rettangolare, verrà suddiviso da piantagioni di viti sorrette da alberi vivi (olmi, gelsi, aceri, salici, noci..). Le parti del campo interne ai fùari saranno destinati alle coltivazioni arative: cereali, tra cui primeggiano grano e mais, oppure foraggere (erba medica e trifoglio), oppure, infine, prato naturale.

Le zone del Basso Piave e del Portogruarese, caratterizzate da un terreno più basso rispetto al livello del mare e perciò occupato per secoli da paludi e canneti, verranno bonificate e conquistate all'insediamento e all'attività economica solo nella seconda metà del 1800 e nei primi anni del XX secolo. Queste terre, inizialmente utilizzate a pascolo per favorire il dissodamento e la fertilizzazione del suolo, saranno gradualmente recuperate alla produttività e destinate a seminativo. I campi assumeranno l'aspetto tipico del latifondo, solcato da canali e fossi di scolo, da filari di pioppi, da siepi. La varietà delle coltivazioni e la presenza del bestiame domestico forniranno al contadino oltre agli elementi di sussistenza, i presupposti per un ciclo produttivo completo.

Le grandi trasformazioni avvenute nell'ambiente rurale intorno agli anni '70, dovute all'avvento di nuove tecniche agrarie, alla ricerca della massima produttività e l'affermazione della monocoltura a mais e a soja, porteranno inevitabilmente alla scomparsa, soprattutto nelle aree di bassa pianura, di strutture e biotopi tipici del paesaggio agrario tradizionale.

Con le siepi, le alberate, i fossi e le scoline, i filari di vite "maritate" agli olmi scompariranno anche le sponde erbose e i prati.

Nell'ultimo ventennio nella provincia di Venezia vengono sottratti alla campagna 7500 ettari di prati permanenti e pascoli e più di 36.000 ettari di prati sottoposti a rotazione, che in un ordinamento colturale misto contribuivano a reintegrare la fertilità della terra e ad assicurare il foraggio per l'allevamento.

Fertilizzanti, anticrittogamici e diserbanti saranno inoltre la causa di un graduale impoverimento della flora spontanea. Molte specie erbacee, un tempo diffusissime nelle nostre campagne, sono oggi, ormai, confinate ai bordi delle strade, sulle rive dei fossi, lungo gli argini fluviali. Alcune sono scomparse e alloro posto, selezionate dagli effetti del diserbo, si sono insediate altre specie il cui ciclo vegetativo è ritardato rispetto a quello del mais o della soja, meno caratteristiche e importanti dal punto di vista ecologico.

 

b.   Piante e animali del prato .

Le praterie d'argine costituiscono ormai gli esempi più significativi di prato stabile, presenti nella realtà di bassa pianura.

La particolare collocazione del terreno in pendio e i regolari interventi di sfalcio favoriscono in questo ambiente lo sviluppo delle graminacee presenti in numerose specie.

Le graminacee si riconoscono facilmente per le foglie lunghe e strette e i piccolissimi fiori riuniti in spighe. Le loro radici tenacemente abbarbicate al terreno, formano un fitto intrico a consolidamento delle superfici (gli argini e le rive appunto).

Nel corso dell'inverno la parte aerea delle graminacee si secca, ma le radici rimangono vitali nel sottosuolo, pronte a ricacciare nuovi germogli nella primavera successiva.

L'impollinazione delle graminacee è affidata al vento, mentre numerose altre piante, che spuntano tra le erbe dei prati, affidano il polline dei loro fiori agli insetti, attirati da profumi e colori.

I denti di leone (Taraxacum officinalis), i ranuncoli (Ranunculus acris), le salvie (Salvia pratensis), le margherite (Leucantheum vulgare), i papaveri (Papaverrhoeas), le mal ve (Malva sylvestris), le achillee (Achillea millefolium), le centauree (Centaurea jacea), le carote selvatiche (Daucus carota), i trifogli (Trifolium pratense), le prunelle (Prunella vulgaris) attirano una moltitudine di insetti pronubi che si sono adattati al ritmo delle loro fioriture. Bombi (Bombus terrestris), api (Apes mellifica), farfalle (Lycaena bellargus. Papilio machaon. Pieris brassicae), sirfidi, mosche e coleotteri frequentano con assiduità i prati nel corso della primavera e dell'estate, svolgendo un ruolo insostituibile per la stessa continuità vitale della vegetazione erbacea.

Foglie e fusti delle piante forniscono invece cibo e rifugio a insetti litofagi quali afidi, cavallette, cicale, cimici, bruchi di molte specie di farfalle diurne e notturne. Altri insetti, lucifughi, alcuni dei quali specializzati a scavare cunicoli nel terreno, occupano il livello più basso del prato tra il suolo e la vegetazione; sono grilli (Gryllus campestris), stafilinidi (Staphylinus olens), geotrupi (Geotrupes stercorarius, G. vernalis), carabi (Carabus violaceus), forficule (Furficula auricularia), formiche (Lasius niger).

Nel sottosuolo del prato sottoposto a processi di decomposizione e di umificazione vivono: lombrichi, acari, porcellini di terra, millepiedi, nematodi.

Cumuli di terra umida sparsa sulla superficie degli argini rivelano la presenza delle talpe (Talpa europaea). Grazie alle sue zampe anteriori trasformate in agili pale e al corpo solido e muscoloso, la talpa è in grado di scavare lunghissime gallerie nel sottosuolo alla ricerca di lombrichi e larve di coleotteri.

Nelle notti d'estate, lucciole e grilli animano il buio del prato. Escono le farfalle notturne rimaste durante il giorno nascoste tra le erbe, attratte dal profumo di quei fiori che si schiudono all'imbrunire.

Arvicole, topi selvatici, topiragno, crucidure e pipistrelli lasciano finalmente i loro rifugi diurni a caccia di piccole prede o alla ricerca di semi e germogli.

L'umidità della notte ha infatti consentito la ripresa dell'attività di lombrichi, chiocciole e ragni che si muovono numerosi tra le erbe favoriti dalla protezione del buio come del resto i loro predatori. Nella luce del mattino successivo le bave di lumaca, le foglie erose, le tele piene di rugiada, i piccoli cumuli di terra digerita dai lombrichi evidenziano la frenetica vita notturna nel prato.

Anche gli anfibi e i rettili frequentano i prati, ma avendo esigenze diverse prediligono, i primi, prati umidi, i secondi, praterie asciutte. Tra gli anfibi più frequenti figurano le rane rosse (Rana dalmatina) ed i rospi (Buio buio; B. viridis) che si nutrono di lumache, ragni, insetti e loro larve. I rettili sono invece rappresentati dall' orbettino (Anguis fragilis) e da alcune bisce, quali la natrice dal collare (Natrix natrix) e il colubro liscio (Coronella austriaca), queste ultime predatrici di insetti, di altri piccoli rettili e anfibi e di piccoli mammiferi.

Un ruolo particolare svolgono nel prato gli uccelli. Essi presentano infatti abitudini alimentari e fasce orarie d'attività diverse.

Tra i granivori che frequentano le erbe figurano ad esempio i cardellini (Carduelis carduelis), i verzellini (Serinus serinus), i verdoni (Carduelis chloris), mentre i passeri (Passer domesticus) ed i merli (Turdus merula), che si cibano anche di lombrichi, preferiscono muoversi al suolo. Numerosi anche gli insettivori, tra cui il saltimpalo (Saxicola torquata), l'allodola (Alauda arvenis), la cappellaccia (Galerida crestata), la cutrettola (Motacilla flava), tutti nidificanti nel prato, mentre le rondini (Hirundo rustica) cacciano insetti volando incessantemente sopra le superfici prative. Tra i rapaci, che nel prato cacciano anfibi, rettili, piccoli mammiferi e insetti, figurano il gheppio (Falco tinnunculus), piccolo falco che si libra in aria per osservare le prede e la civetta (Athene noctua) che caccia particolarmente nelle ore notturne e al crepuscolo.

 

c.   Il prato del "Pettirosso"

 

Delimitato dal vialetto lastricato, il prato occupa l'area centrale del Giardino Didattico.

Sorto in origine come prato giochi di una scuola, i regolari interventi di sfalcio e la disseminazione naturale lo hanno trasformato negli anni in un coloratissimo prato rustico.

Il tipo di terreno, sciolto e di modesta fertilità, simile nella composizione a quello delle praterie d'argine, ha infatti favorito l'insediamento di numerose specie vegetali, erbacee, amanti dei suoli aridi e soleggiati.

Il ritmo delle fioriture che si alternano da marzo a fine settembre, oltre a conferire al prato un particolare pregio estetico, consente al visitatore di apprezzare la valenza naturalistica del biotopo e di valutarne l'importante funzione bio-ecologica.

La robusta e stabilizzata copertura erbacea del prato consente regolari sfalci e un normale calpestio senza che la sua composizione floristica subisca mutamenti qualitativi. In merito alla stessa composizione va rilevato che il piccolo prato del Pendolino presenta, come s'è detto, una compagine floristica di media complessità. Le specie identificate nel contesto del prato e nelle frange periferiche del giardino sono complessivamente una quarantina. Tra queste numerosi elementi ad ampia distribuzione evidenziano una fisionomia mesofila, con moderate tendenze xeroftle, che si riscontrano soprattutto nelle zone dove affiorano i suoli composti dalle sabbie plavensi.

Di interesse non soltanto estetico è la presenza di specie quali il tarassaco (Taraxacum officinalis), la consolida maggiore (Symphytum officinale), il farinaccio (Chenopodium album) che vengono utilizzate quali piante officinali.

Significative dal punto di vista propriamente estetico, oltre che ecologico, sono invece l'ajuga (Ajuga reptans), labiata stolonifera che forma densi tappeti

fioriti di colore bleu, la salvia di prato (Salvia pratensis) le cui infiorescenze a spiga allungata riempiono il prato a maggio ed ancora il millefoglio (Achillea millefolium), i ranuncoli (Ranunculus repens; R. acer; etc.), la veronica (Veronica chamaedrys) e numerose altre.

L'aspetto apparentemente disordinato che il prato presenta nella primavera avanzata è dovuto alla rarefazione degli interventi di sfalcio tesa a favorire il maggior sviluppo delle fioriture e la conseguente identificazione delle specie presenti.

 

d.   Attività didattiche: realizzare e conservare un biotopo di prato

 

Si è visto come la meccanizzazione agricola, il nuovo sistema produttivo basato sulla monocoltura, l'uso di prodotti chimici, l'urbanizzazione delle campagne, abbiano trasformato e alterato l'ambiente di pianura.

La scomparsa dei prati naturali da fieno ha contribuito all'estinzione di molte specie di fiori selvatici e di conseguenza alla diminuzione di molti animali la cui sopravvivenza dipendeva dalla presenza dei prati da sfalcio.

Essi infatti sono, ad esempio, gli ambienti di maggior diffusione di almeno 1/3 delle specie di farfalle considerate in pericolo di estinzione.

Iniziative di tutela per la salvaguardia dei prati possono essere realizzate sia a livello privato, con la sostituzione di prati rustici ai tradizionali tappeti erbosi, sia nella scuola, lasciando alla natura un piccolo angolo del cortile.

Il prato fiorito si potrà ricavare piuttosto facilmente. Il tipo di terreno, la pendenza del suolo, l'esposizione al sole o l'ombreggiatura determineranno il tipo di piante che potranno attecchire nel nostro prato.

La presenza di dislivelli consentirà l'insediamento di specie vegetali ed animali differenti. Un terreno sabbioso, permeabile e scarso di elementi nutritivi, favorirà la crescita di una vegetazione legata ai terreni asciutti, tipica delle praterie d'argine, mentre nelle zone più ombrose ed umide si insedieranno le piante tipiche del sottobosco.

Molte piante si diffonderanno fino a coprire tutto il terreno creando piacevoli macchie di colore e zone più o meno intensamente colonizzate. Alcuni fiori selvatici potranno essere introdotti prelevandone i semi da piante autoctone spontanee; altri arriveranno naturalmente nel prato, trasportati dal vento e dagli animali.

Le falciature regolari, effettuate usando possibilmente la falce ad una altezza di cm.15-20 e la raccolta dell'erba tagliata, contribuiranno all'impoverimento di azoto nel terreno, favorendo nel corso di qualche anno l'insediamento di nuove specie erbacee, (Il foraggio di un prato concimato con fosforo e potassio, elementi presenti anche nei processi di decomposizione, contiene

solo il 2,2% di erbe selvatiche contro un 30,8% di quello di un prato non concimato).

I ritmi di falciatura dovrebbero essere in accordo con il ciclo biologico di molte specie vegetali e animali. Un 'area erbosa coltivata sia per le farfalle che per i fiori dovrebbe essere tagliata due volte l'anno, una a primavera avanzata, dopo la prima fioritura e la seconda a fine estate. La falciatura non dovrebbe essere uniforme su tutta la superficie del prato, sarebbe opportuno effettuarla in momenti successivi, al fine di consentire agli animali di trovare rifugio in una vicina zona ad alte erbe.

Con la siepe, lo stagno e l'angolo di bosco, anche il prato rustico potrà così assumere un'importante valenza didattica. Sul prato potranno infatti essere avviate con i bambini le prime osservazioni scientifiche. Il rapporto diretto con l'ambiente e con gli organismi che esso ospita consentirà di effettuare le prime attività di classificazione e di fissare i primi concetti di analisi comparativa.

 

3.5 L'orto aromatico e l'aiuola vivaio

 

Le due aiuole destinate ad ospitare l'orto aromatico ed il piccolo vivaio forestale rappresentano elementi minori del giardino, ma non per questo il loro interesse estetico e didattico risulta trascurabile. Con la realizzazione di tali componenti si è infatti voluto affermare un concetto del giardino, antico ed assai radicato nella tradizione padano-veneta, ovvero quello del "giardino produttivo". Una produttività del giardino non intesa quindi in termini esclusivamente estetici bensì in termini di effettivo utilizzo dei suoi prodotti.

Ecco allora l'orto aromatico, ovvero una piccola e marginale superficie del giardino complessivo, opportunamente collocata in posizione soleggiata e protetta e destinata ad ospitare le piante che la tradizione vuole utilizzate in cucina o in altre attività domestiche: dal profumato rosmarino usato per aromatizzare gli arrosti, alla delicata lavanda, i cui fiori essicati profumano lungamente la biancheria nei cassetti, per finire al rustico cren, le cui radici grattugiate danno un caratteristico ed aspro sapore alle salse. L'insieme così creato si presenta bello ed utile al tempo stesso.

Il pregio estetico è in particolare dovuto alle fioriture ed al colore del fogliame di erbe ed arbusti e l'aiuola-orto è pertanto "giardino" a pieno titolo, oltre che un preciso suggerimento per un arredo intelligente dei piccoli spazi verdi o dei terrazzi in ambiente urbano.

Lo schema che segue indica quindi in modo specifico le forme di utilizzo delle piante coltivate nell'orto aromatico.

Nome comune

Nome scientifico

Parti usate

Forme di utilizzazione

Rosmarino

Rosmarinus officinalis

rametti

Per aromatizzare ragù e marinate

Salvia

Salvia officinalis

foglie

per condire vari tipi di paste e per profumare carni arroste e pesce

Lavanda

Lavanda officinalis

fiori

per profumare la biancheria nei cassetti

Lavandula

Lavandula spica

fiori

per profumare la biancheria nei cassetti

Origano selvatico

Oryganum vulgare

fiori

per insaporire la pizza e la salsa di pomodoro

Maggiorana

Oryganum majorana

fiori

per insaporire verdure, pesce e pizze

Erba cipollina

AIlium scenophrasum

foglie

tritate e unite ad insalate crude o cotte, alle zuppe, alle salse verdi, alle frittate

Aglio

AIlium sativum

bulbi

per aromatizzare insalate, carni e pesce

Mentuccia

Mentha piperita

Foglie e fiori

per aromatizzare verdure crude. selvaggina e profumare salse

Cren

Armoracia rusticana

radice

grattugiata e mescolata a sale e aceto per accompagnare carni bollite, ai ferri o arrostite e selvaggina

Erba querciola

Teucrium chamaedrys

fiori

nella preparazione di liquori e per aromatizzare bevande

Melissa

Melissa officinalis

foglie

nella preparazione di salse verdi e per insaporire insalate miste

Ruta

Ruta graveolens

fiori

per aromatizzare insalate verdi crude e insalate miste

Timo

Thymus serphyllum

rametti

per profumare verdure sott'aceto e sott'olio e carni in umido e spezzatini

Santoreggia

Satureja hortensis

foglie

per insaporire insalate oppure fagioli bolliti, zuppe di pesce

Quanto all'aiuola-vivaio essa è stata concepita come spazio colturale destinato alla produzione di alberi padani autoctoni e nella fattispecie di farnie (Quercus robur). Recuperando le ghiande che a fine estate cadono al piede delle querce nei residui boschi del Veneto Orientale si ha infatti l'opportunità di produrre, nel giro di due anni, piccoli alberi destinati al ripristino della vegetazione arborea delle campagne di pianura. Le cure richieste, se viene adottata la semplice tecnica della pacciamatura mediante film plastico, sono assai ridotte ed anche un piccolo spazio (quello del giardino non supera i 4 mq. di superficie), consente di seminare centinaia di ghiande e di produrre dunque altrettante plantule di quercia. L'aiuola ha ovviamente una specifica funzione di suggerimento per una esercitazione didattico-naturalistica di grande efficacia, di sicura utilità e facilmente praticabile anche negli angusti spazi del giardino scolastico. Naturalmente l'attenzione degli insegnanti e delle scolaresche che scelgano tale attività può essere rivolta a qualsiasi specie arborea autoctona, ovvero a carpino, frassino padano, orniello, acero campestre, olmo, pioppo bianco e così via.

 

3.6. La macchia termofila

 

Con l'espressione di "macchia termofila" si è voluto indicare quella particolare formazione vegetale spontanea che cresce in genere negli ambienti caldi e asciutti della Padania veneta, rappresentati dai litorali. sabbiosi e dalle grave fluviali.

La presenza di piante termofile di tipo mediterraneo o submediterraneo nella pianura veneta è peraltro assai limitata e, come si sa, dovuta ad antichi fenomeni di colònizzazione floristica indotti dall'instaurarsi di favorevoli condizioni climatiche. È peraltro noto che, in corrispondenza del bacino lagunare veneziano si verifica l'assenza assoluta di tali specie floristiche per effetto dell'azione di infrigidimento dovuta alle acque fredde dei fiumi alpini e alla bora. Gli esempi di "macchia termofila" spontanea si rinvengono pertanto a sud della laguna (Lecceta diS. Anna di Chioggia; Boscone della Mesola presso il delta del Pò) e a nord-est di questa stessa (Lecceta di Bibione e boschi misti di foce Tagliamento). A tali formazioni boschive naturali, oltre che alla specifica vegetazione dei greti fluviali ghiaiosi, è stata ispirata la composizione del microbiotopo del giardino. Esso è stato infatti realizzato mediante l'accostamento delle specie seguenti:

 

Ø  Leccio (Quecus ilex): albero-arbusto sempreverde tipico del bosco mediterraneo; si rinviene spontaneo a S. Anna di Chioggia e a Bibione.

Ø  Fi1lirea (Phyl1irea angustifolia): arbusto sempreverde tipico della macchia mediterranea; si rinviene spontaneo a S. Anna di Chioggia e a Bibione.

Ø  Crespino (Berberis vulgaris): arbusto spogliante ad ampia diffusione; si rinviene spontaneo a Bibione e a Jesolo.

Ø  Scotano (Cotinus coggygria): grande arbusto spogliante; si rinviene spontaneo a Bibione e al Bosco di Cavalier (Gorgo al Monticano ).

Ø  Olivello spinoso (Hippophae rhamnoides): arbusto spogliante tipico dei suoli aridi; si rinviene spontaneo nelle grave del Piave a Ponte di Piave.

Ø  Vite selvatica (Vitis vinifera): arbusto sarmentoso spogliante; tipicamente mediterraneo; si rinviene spontaneo a Bibione.

Ø  Caprifoglio etrusco (Lonicera etrusca): arbusto sarmentoso a foglia caduca; si rinviene spontaneo a Bibione e a Jesolo.

Ø  Citiso rosa (Cytisus purpureus): cespuglio strisciante tipico delle stazioni aride; si rinviene spontaneo nelle grave del Piave, a Jesolo e a Bibione.

Ø  Ginestra dei carbonai (Genista tinctoria): cespuglio spogliante tipico dei suoli aridi.

Ø  Ginestra (Spartiumjunceum): arbusto mediterraneo: si rinviene spontaneo a Bibione.

Ø  Ginepro comune (Juniperus communis): conifera di piccolo sviluppo; si rinviene spontaneo sulle dune dei litorali sabbiosi alto adriatici.

Ø  Canna di Ravenna (Erianthus ravennae): grande graminacea delle dune sabbiose e delle grave fluviali.

 

3.7 La legnaia e la buca di compostaggio

 

A lato dell'edificio, nella piccola area destinata al disbrigo ed ai servizi, è stato allestito un angolo del giardino di particolare importanza ecologica.

Si tratta del luogo in cui sono stati localizzati una struttura ed un piccolo impianto accessori, rappresentati rispettivamente dalla legnaia e dalla buca di compostaggio dei residui vegetali. Il giardino infatti, come qualsiasi altro complesso t1oristico naturale o artificiale è un "apparato di produzione". Esso produce cioé, nella stagione vegetativa, una massa vegetale di erbe, rami, foglie e così via che si incrementa contestualmente alla crescita delle piante che ne fanno parte. È quindi evidente che, per conservare il giardino stesso nella forma voluta dal progetto e funzionale al suo utilizzo, sono necessari regolari interventi di rimozione delle eccedenti masse vegetali mediante sfalci e potature. I materiali derivati da tali operazioni, costituiti appunto da sostanza organica di tipo vegetale, vengono destinati alla legnaia (le fascine di rami) e alla buca di compostaggio (l'erba).

Si conseguono in tal modo tre diversi obiettivi di maggior funzionalità ecologica del piccolo ecosistema artificiale del giardino. Il primo tra questi è rappresentato dalla creazione di un prezioso habitat aggiunto per la piccola fauna. La legnaia, in particolare, offre rifugio sicuro a crisalidi di farfalle, chiocciole, carabi, insetti xilofagi, rane rosse, orbettini, lucertole, scriccioli, topi campagnoli, ricci e persino ai merli, che in primavera vi costruiscono il nido.

Numerosi sono, tra gli animali citati, quelli che vi trovano rifugio durante la stagione fredda, ma non pochi vi abitano in permanenza e, appunto vi si riproducono.

Il secondo obiettivo, relativo alla buca di compostaggio, è rappresentato dal riciclaggio dei residui vegetali (come avviene in natura) e dalla produzione di compost humifero con cui fertilizzare il piede delle piante forestali.

Il compost peraltro è utilizzabile nelle operazioni di pacciamatura da effettuare al sopraggiungere dell'inverno sul colletto delle piante termofile e si rivela indispensabile alla fertilizzazione dell'aiuola-vivaio destinata alla germinazione delle plantule di quercia.

Un terzo obiettivo, non meno importante in termini educativi, è infine rappresentato appunto dal riciclaggio inteso in termini concettuali e pratici. Con la legnaia e la buca si evita cioè di incrementare con cospicue quantità di materiale il già notevolissimo volume di rifiuti che quotidianamente le città producono, con effetti deleteri di dissipazione di sostanze ancora utilizzabili e di grave inquinamento dell'ambiente.

 

4. Gli animali del giardino

 

Il giardino didattico ospita numerose specie di piccoli animali.

Il composito arredo vegetale e il particolare disegno paesaggistico determinano infatti una notevole ricettività per invertebrati e per vertebrati, che frequentano il giardino stesso nel corso delle quattro stagioni. La ricchezza di specie tloristiche offre infatti notevoli e diversificate opportunità alimentari(foglie, fiori, frutti, etc...), mentre la disposizione degli insiemi vegetali (siepi,

alberi, prato) nello "spazio-giardino" determina situazioni d'habitat idonee alla numerosa fauna minore tipica degli ambienti urbani ed agrari.

Un inventario preciso delle specie, soprattutto se si considera la fauna inferiore, è pressocchè impossibile; si procederà pertanto alla identificazione degli ospiti abituali più facilmente osservabili dal visitatore. Questi stessi, peraltro, conferiscono al giardino quella nota di particolare vitalità che sottolinea la sua diversità rispetto ai giardini ornamentali tradizionali, poveri di vita animale e di stimoli estetici ed emozionali.

La descrizione degli animali del "Pendolino" comincia naturalmente con gli invertebrati. Le poche specie descritte risultano rappresentative di un contingente faunistico minore che, come si diceva, è assai complesso e che appare distribuito nel sottosuolo, nell'acqua e sulla vegetazione. Frequente sui numerosi arbusti che formano le siepi miste del giardino è la graziosa Cepaea nemoralis, una chiocciolina il cui elegante disegno presenta notevole variabilità ed i cui gusci si prestano particolarmente a raccolte didattiche finalizzate alla composizione di serie di progressiva diversità cromatica. Relativamente comune, ma localizzata nell'umido e ombreggiato sotto siepe risulta inoltre la grande Helix pomatia, come e più della precedente specie apprezzata dal punto di vista alimentare e con questa la comunissima Helix adspersa, abituale e comunissima frequentatrice degli orti e dei vecchi muri in ombra.

Con le chiocciole, nel giardino del Centro, vivono anche i relativi predatori che frequentano gli stessi habitat, ma che risultano di più difficile osservazione per le abitudini prevalentemente notturne. Da segnalare, tra questi, l'aggressivo Staphylinus olens lo splendido Carabus violaceus, che può raggiungere la lunghezza di circa 40 mm. e che presenta un caratteristico colore nero con riqessi metallici di colore appunto bleu-violaceo.

E nel prato rustico e fiorito tuttavia che si affolla il maggior numero di specie di invertebrati. Prevalgono anche in questo caso gli insetti, tra cui si notano gli apidi pronubi qualeApes mellifica, la comune ape domestica e Bombus bicolor, il grosso bombo dal corpo peloso. Di notevole interesse estetico e naturalistico è comunque la presenza di alcune specie di farfalle tra le più belle della lepidotterofauna locale. Tra queste figurano Inachys io, i cui bruchi sono ospiti deU'ortica, Vanessa atalanta, Vanessa cardui che visita assiduamente i fiori profumati delligustro e la meno vistosa Pieris brassicae, abituale frequentatrice degli orti.

Nel biotopo acquatico collocato ai margini del prato vive invece una ridotta, ma interessante comunità faunistica inferiore formata soprattutto da piccoli predatori. Primeggiano per diffusione i gerridi, con Gerris paludum che scivola leggero sulla superficie acquatica e Notonecta glauca, dal corpo tozzo di colore grigiastro. Si possono tuttavia osservare nell'acqua limpida, tra gli steli delle piante acquatiche il grosso Hydrophilus piceus, di forma tipicamente idrodinamica ed il più piccolo ed elegante Ditiscus marginatus.

Presso lo stagno, che rappresenta il biotopo più ricco in termini faunistici. Si possono tUttavia osservare anche numerosi piccoli vertebrati. In primo luogo i pesci, con la gambusia (Gambusia affinis), il persico sole (Lepomis gibbosus), l'alborella (Albumus albumus), la scardola (Scardinius erythrophthalmus), la tinca (Tinca tinca) ed il carassio dorato (Carassius auratus).

Particolarmente interessanti la gambusia, piccolo pesce nordamericano che, vivendo presso la superficie acquatica preda in particolare larve di zanzara (Culex pipiens) e la tinca, tipico ciprinide delle acque dolci stagnanti o debolmente correnti della Padania.

Con i pesci vivono presso le vasche-stagno anche rettili e anfibi particolarmente legati all'acqua. tra questi la tartaruga palustre (Emys orbicularis), la comune rana verde (Rana esculenta), e l'ormai raro tritone crestato (Triturus cristatus), presente con alcuni individui.

Sia la tartaruga, che appartiene alla classe dei rettili. che la rana ed il tritone,ambedue anfibi, si nutrono di piccoli organismi che cacciano sul fondale, sugli steli delle piante sommerse o sulla superficie acquatica.

Tra i vertebrati più numerosi che frequentano il giardino didattico figurano gli uccelli, che peraltro sono anche i meno fedeli, dato la particolare mobilità che li distingue. Di indubbio interesse la presenza di alcune specie nidificanti, tra cui il comunissimo merlo (Turdus merula), che si nutre di lombrichi, bacche e frutti selvatici. Il luogo di nidificazione prescelto è, in questo caso, la folta siepe di ligustro e gli arbusti periferici.

Nidificanti nel giardino o nelle immediate adiacenze sono anche il cardellino (Carduelis carduelis), il verzellino (Serinus serinus), piccolo e vivace fringillide, il comune passero domestico (Passer domesticus), la cinciallegra (Parus major), che predilige le cavità arboree naturali o le cassette nido e la tortora dal collare (Streptopelia decaocto), che ha subito negli ultimi anni un vistoso incremento numerico.

Tra i mammiferi, infine, sicuramente presente la talpa (Talpa europaea), di cui si osservano nel prato i caratteristici cumuli di terra smossa.

 

5. Il catalogo delle specie vegetali erbacee, arbustive ed arboree presenti nel nella pianura padana

Prato

Nome comune

Nome scientifico

Forma

Frequenza biologica nel territorio

Ortica

Unica dioica

ep

ff

Poligono

Polygonum aviculare

ea

ff

Farinaccio

Chenopodium album

ea

ff

Silene

Silene alba

ep

ff

Ranuncolo bulboso

Ranunculus bulbosus

ep

C

Ranuncolo strisciante

Ranunculus repens

ep

C

Ranuncolo

Ranunculus acer

ep

C

Borsa del pastore

Capsella bursa-pastoris

ea

ff

Loto

Melilotus officinalis

ep

ff

Potentilla strisciante

Potentilla reptans

ep

ff

TriCoglio strisciante

Trifolium repens

ep

ff

Trifoglio pratense

Trifolium pratensis

ep

ff

Veccia

Vicia cracca

ep

ff

Viola bianca

Viola alba

ep

pf

Carota selvatica

Daucus carota

ep

ff

Consolida maggiore

Symphytum officinalis

ep

f

Prunella

Prunella vulgaris

ep

ff

Aiuga

Aiuga reptans

ep

ff

Salvia di prato

Salvia pratensis

ep

ff

Veronica

Veronica chamaedrys

ep

ff

Piantaggine

Plantago lanceolata

ep

ff

Margherita

Bellis perennis

ep

ff

Centaurea

Centaurea jacea

ep

ff

Millefoglio

Achillea millefolium

ep

ff

Tarassaco

Taraxacum officinalis

ep

ff

Crisantemo

Leucanthemum vulgare

ep

ff

Scabiosa

Knautia arvensis

ep

ff

Erba mazzolina

Dactilys glomerata

ep

ff

Gramigna

Agropyron repens

ep

ff

Poa

Poa pratensis

ep

ff

Loglio

Lolium perenne

ep

ff

Paleo

Festuca pratensis

ep

ff

Bromo

Bromus arvensis

ep

ff

Carice

Carex caryophyllea

ep

ff

Erba porcellana

Ponulaca oleracea

ea

ff

Stagno

Nome comune

Nome scientifico

Forma

Frequenza biologica nel territorio

Tifa

1Ypha laxmannii

ep

r

Tifa

1Ypha longifolia

ep

pf

Sparganio

Sparganium erectum

ep

tT

Potamogeto

Potamogeton crispus

ep

tT

Potamogeto

Potamogeton lucens

ep

pf

Mestolaccia

Alisma plantagoaquatica

ep

tT

Giunco fiorito

Butomus umbellatus

ep

pf

Canna di palude

Phragmites australis

ep

tT

Carice

Carex alata

ep

f

Cipero

Cyperus longus

ep

pf

Falasco

Cladium mariscus

ep

pf

Campanellino estivo

Leucojum aestivum

ep

pf

Iris

lris pseudacorus

ep

f

Nenufaro

Nuphar luteum

ep

f

Ninfea

Nymphaea alba

ep

f

Clematide viola

Clematis viticella

ep

tT

Miriofillo

Miriophyllum spicatum

epl

f

Lisimachia

Lysimachia nummularia

ep

f

Ottonia

Hottonia palustre

ep

r

Bosco planiziale

Nome comune

Nome scientifico

Forma

Frequenza biologica nel territorio

Felce maschio

Dryopteris filix-mas

ep

r

Carpino

Carpinus betulus

A

r

Nocciolo

Corylus avellana

a

r

Famia

Quercus robur

A

f

Anemone

Anemone nemorosa

ep

pf

Vitalba

Clematis vitalba

a

f

Biancospino

Crataegus oxyacantha

a

f

Pruno domestico

Prunus domestica

a

f

Acero campestre

Acer campestris

Na

tT

Falso pistacchio

Staphylea pinnata

a

r

Comiolo

Comus mas

a

r

Edera

Hedera helix

a

f

Pervinca

Vinca minor

ep

pf

Lamio

Lamium maculatum

ep

f

Salvia gialla

Salvia glutinosa

ep

pf

Lantana

Viburnum lantana

a

pf

Aglio orsino

Allium ursinum

ep

pf

Pungitopo

Ruscus aculeatus

c

pf

Veratro

Veratrum album

ep

r

Campanelli no

Leucojum vernum

ep

r/1

lris susinario

lris graminea

ep

r/1

 

 

 

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